TUNISI NEL MEDITERRANEO DEGLI ESCLUSI

di Pierfranco Bruni

Ci sono giochi di luci sul Mediterraneo che fa ombre tra le nuvole e la pioggia. La Sponda Sud, come canta Eugenio Bennato, è il nostro destino che abita la memoria. Una memoria che vive tra i tragitti delle attese nella storia che si ripete mai uguale ma si ripete con i popoli che vivono le diaspore e le fughe nella disperazione.

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Questo nostro Mediterraneo di tramonti e di albe è infuocato dalle etnie, dalle lingue, dalle tradizioni, dai costumi e da una impercettibile malinconia che recita la poesia di un Occidente che penetra in un Oriente tra la durata dei riti e la trasgressione delle eresie. Ma Tunisi è una rivolta.

Ho ricordi che affiorano tra i bagliori dei lanci nelle piazze. Le donne tunisine, algerine, marocchine hanno gli occhi rivolti al mare ma il loro sguardo ha la durezza e la tenerezza del deserto. Sono stato a Tunisi. Di recente.

Una donna con il foulard sul capo mi ha detto, mentre aspettavo il mio turno in aeroporto, con voce dal ritmo francese e arabo: “Tu sei Mediterraneo ma non appartiene alla nostra gente. Sei di un Mediterraneo nobile che ha intrecciato le civiltà ma non vive tra i luoghi del nostro mare o negli spazi dei deserti. Conosci il nostro mare e il deserto come una fotografia e anche se il tuo viso è avvolto dalle nostre pashimine e dai nostri colori tu sei altrove. Potrai mai capire i nostri distacchi, le nostre lontananze, la nostra parola”.

Mi ha preso la mano e ancora mi ha detto: “Noi, donne di Tunisi siamo anche la nostra parola. Tunisine, arabe, francese, siciliane. Abbiamo di fronte i limoni e gli aranceti ma i sapori e le onde degli odori hanno un’altra natura. Hai avvertito il dolciastro della Medina? Ti ho visto nella Medina, l’altra sera fumavi il calice della pazienza ma era incerto, quasi pauroso. Non sei uno dei nostri anche se ne porti i segni e il tuo guardare ha la profondità della pazienza”.

E poi: “Siamo vissuti e viviamo tra le strade di questa città ma il nostro cuore è impastato di acqua e di terra. Di acqua di mare, acqua salata e di sabbia, una sabbia che ha granelli sottili. Abbiamo sempre il timore di una sabbia d’acqua o di una pioggia di sabbia. Per noi andare via è strappare la sabbia che si fa acqua e l’acqua che vive nella sabbia della nostra storia”.

Mi ha guardato a lungo. Poi con gli occhi abbassati si è allontanata. Non sono riuscita a raggiungerla. Ho perso il ritmo dei passi e la fila si è allungata. Una corsa nell’aeroporto di Tunisi ma non ho trovato il suo profumo di donna nella malinconia della partenza o di donna nella nostalgia del ritorno.

Tunisi è un immaginario nella realtà. La Tunisi che ho conosciuta alcuni anni fa. Dei miei incontri. In albergo di Tunisi ho finito di scrivere la seconda edizione del mio libro su Marika e Aldo Moro. Non sono passaste molte lune eppure il tempo cammina e cammina sulle onde che scivolano nell’alta marea.

Oggi la tragedia si intreccia ai suoni orientali. Tunisi, Algeri e poi la Libia con la sua stringente mediterraneità tutta araba tra i solchi dei cammelli e il vento che giunge dalla Sicilia.

Quest’Africa del Nord è nel nostro Sud. Dovremmo non disperdere i ricordi e neppure i pensieri. Sono davanti al mare di Sicilia e ascolto le voci. Chissà che fine ha fatto la mia tunisina dall’accento arabo – francese – siciliano?

“Ma certo, noi facciamo parte di un Mediterraneo degli esclusi”. Con queste parole si allontanò da me. Continuo a riflettere su questa frase tanto che diventerà il titolo di un mo libro. Il Mediterraneo degli esclusi. La vita, la poesia, i poeti, gli amori, i viaggi. Un diario che racconterà frammenti di destini.

Ma cosa ci resta in queste dimenticanze che urlano l’oblio di una civiltà? Mi ritornano come un fulmine viola le mie passeggiate tra le viuzze della Medina di Tunisi. Uno scialle bianco e nero sul capo e sulle spalle. La Moschea con i suoi tappeti. Puntuale l’urlo della preghiera. Ma quando si prega non ha importanza essere cristiani o musulmani.

Mi affascina l’Islam. L’Islam di Nazhim. I suoi versi mi lacerano l’anima. Ma Nazhim era nato proprio a Tunisi. Nella città dei fuochi e delle fiamme che cristallizzano il cielo.

“Mai mi allontanerò dalla Medina./Cristo restituiscimi il porto./Tu conosci le parole./Maddalena. Maria. Giuda./Il cuore di pietra nel solco del mare./La sabbia del tuo deserto io parlerò./Parlerò le tue lingue/con l’inquietudine in frantumi./L’acqua del tuo mare io parlerò./Resto come vela nel porto dei nostri destini./Cristo./Le mie preghiere sono nella tua stagione/e il quotidiano è una ferita nel sale dei giorni./Con te/io vivo”. Nazhim Abshu mi accompagna con il suo pensare, i suoi versi, la sua avventura.

Mi restano questi versi tra le pieghe di un quaderno dalla copertina nera. Ancora ci sono le luci nel Mediterraneo. Tunisi mi sconvolge. Cerco altri ricordi. Sono nella fuga dei misteri o nel volo dei dervisci danzanti che ruotano nel cerchio magico dell’infinito.

Un sogno mi ripete: “Se hai coraggio dimentica. Se il ricordo ti assilla non allontanarti. Il paesaggio della memoria non ha orologio o clessidra. Resta nei tracciati della magia. Un mistero è una magia. Cristo è nel culto degli sciamani. Ma solo il silenzio renderà bello l’eterno. Abbiamo bisogno di bellezza e la provvisorietà è nel giro tondo dell’imprevedibile”.

Qui finisce il sogno. Questo sogno. Non so se mi sarà data la possibilità di ritornare a Tunisi. La Sponda Sud. Ma non ho rimpianti e non credo al caso. Non mi interessa la razionalità. Cerco di capire la Provvidenza e mi affido non alla ragione ma al mistero che custodisce i segreti. il vento di Tunisi mi riporta echi e lo sguardo della donna conosciuta in aeroporto mi accompagna.

Mi accompagna. La donna con il foulard. Con la sua dolcezza e con la sua sparizione. Il suo Mediterraneo degli esclusi è nel mio diario. Ma perché mi ha parlato del Mediterraneo degli esclusi? Donna di Tunisi con il viso avvolto negli azzurri e gli occhi che fissano il mistero.

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