4. Mazzini, Garibaldi e la Svizzera

[Serie 1861-2011]
Il contributo dato dalla Svizzera al Risorgimento italiano fu duplice: diretto e indiretto. E’ noto che molti svizzeri, soprattutto ticinesi, parteciparono alle guerre d’indipendenza, è forse meno noto il contributo indiretto. La Svizzera è stata terra ospitale per molti esuli italiani sia prima che dopo l’Unità d’Italia.

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 Soprattutto in Ticino, a causa della lingua e della vicinanza con l’Italia, ma anche a Ginevra e Losanna, città tradizionalmente ospitali nonché vicine alla Savoia, molti esuli italiani ebbero la possibilità di continuare a svolgere la loro opera di propaganda patriottica e di reclutamento di sostenitori delle idee risorgimentali.

In questo periodo di rievocazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia si rischia di commettere l’errore di considerare il Risorgimento un movimento unitario di idee e azioni per la soluzione della «questione italiana». In realtà i movimenti di idee e di azioni erano almeno due: uno caldeggiava l’unità della penisola sotto la monarchia dei Savoia, l’altro auspicava una repubblica in forma di confederazione di stati. Anche i metodi erano diversi: alcuni ideologi preferivano la lotta armata spontanea di tipo insurrezionale, altri vedevano la lotta armata inquadrata in un sistema organico sotto la guida della monarchia sabauda.

Furono moltissimi i protagonisti di tutti gli schieramenti che nella loro vita fecero tappa in Svizzera, alcuni anche soffermandosi a lungo. Due di essi meritano una particolare attenzione: Mazzini e Garibaldi.

Giuseppe Mazzini (1805-1872)

Mazzini fu uno dei massimi protagonisti del Risorgimento, più sul piano ideologico che pratico. Tutta la sua vita fu orientata all’Unità d’Italia, che doveva raggiungersi urgentemente e che alla fine doveva avere una forma repubblicana. Egli era convinto che solo unita l’Italia avrebbe potuto intraprendere la via del progresso e sviluppare le nuove idee illuministe e democratiche. Nel suoi numerosi scritti e nelle sue azioni era mosso dal «dovere della democrazia». Credeva nell’«Italia del Popolo», ma un popolo che doveva ancora crescere culturalmente e politicamente. Fu fra l’altro fautore del suffragio universale delle donne, fondò la Giovine Italia (1831), la Giovine Europa (fondata a Berna nel 1834) e persino una Giovine Svizzera.

In realtà non riuscì mai a creare un grande movimento di popolo perché in molti era radicata la «fede» nella monarchia e nella chiesa e lui era antimonarchico e anticlericale (sebbene sua madre fosse molto religiosa, morta nel 1852 al ritorno a casa dalla messa), giungendo persino a teorizzare il regicidio come un diritto del popolo nei confronti dei tiranni. Ma anche tra gli intellettuali la sua idea di un’Italia repubblicana e federale non riuscì a spuntarla sull’idea di un’Italia unita sì ma sotto la monarchia. Com’è noto finì per imporsi l’idea unitaria sostenuta a nord dalla borghesia e a sud dai latifondisti coalizzati in una sorta di patto che fu anche all’origine della mafia.

Per le sue idee democratiche Mazzini ebbe in Svizzera molti amici, soprattutto tra i profughi come lui, nel Ticino, a Ginevra, Zurigo, Berna, Bienne, Grenchen ecc. A più riprese, fin dal 1831 Mazzini trascorse da esule periodi più o meno lunghi in Svizzera, dove grazie al sostegno e alla complicità dei suoi sostenitori poté svolgere la sua attività di ideologo e attivista rivoluzionario, ma sfuggire ad attentati e ai mandati di cattura da parte delle autorità cantonali e federali. Per le autorità federali e cantonali, infatti, Mazzini era un cospiratore e un «agitatore», in grado di procurare difficoltà alla Svizzera neutrale. In fondo la giovane Confederazione doveva cercare di mantenere buoni rapporti con tutti i Paesi confinanti, non solo il Regno di Sardegna ma anche l’Austria che allora occupava il Lombardo-Veneto.

A preoccupare le autorità svizzere non erano tanto le idee e gli scritti mazziniani, ma i numerosi tentativi di tipo insurrezionale, andati fortunatamente falliti, e ancor più le reazioni del Piemonte e dell’Austria che chiedevano l’espulsione dalla Svizzera di Mazzini e dei profughi che avevano partecipato ai vari tentativi insurrezionali. Nel 1836 venne arrestato e pochi mesi dopo espulso. Da Londra, dove si era rifugiato, scrisse: «In Svizzera siamo stati trattati in modo indegno», eppure «l’amo come una seconda Patria. L’amo per il suo passato e il suo avvenire».

Mazzini ritornò più volte in Svizzera. Ricercato dalla polizia riuscì più volte a salvarsi. Nel 1854 vennero sequestrate nei Grigioni diverse casse di fucili destinati a un’impresa mazziniana in Valtellina. Riferendo il fatto, un giornale di Zurigo, commentava che a Mazzini «sembra stia più a cuore di compromettere ad ogni costo la Svizzera, essendo evidente che quelle quantità d'armi sono insufficienti a tentar nulla di serio, supposto anche che trovi uomini, che sieno pronti a farne uso». La polizia federale non gli diede tregua e ben presto Mazzini dovette lasciare il Paese, non prima di aver protestato con lettera al Consiglio federale contro la persecuzione dei profughi politici.

Mazzini tornerà ancora in Svizzera e sebbene deluso per il comportamento delle autorità conserverà sempre un’ammirazione per le virtù repubblicane di questo Paese.

 

Giuseppe Garibaldi (1807-1882)

A differenza di Mazzini, repubblicano convinto, Garibaldi credeva che si potesse fare l’Italia anche sotto l’egida della monarchia sabauda. Ad ogni modo non gradiva che il suo nome figurasse tra i rivoluzionari mazziniani. Nel 1854, vedendo il suo proprio nome accomunato ad altri partecipanti ad alcuni tentativi insurrezionali mazziniani, scrisse: «Siccome dal mio arrivo in Italia, or son due volte ch' io odo il mio nome frammischiato a dei movimenti insurrezionali, ch'io non approvo, credo dover mio manifestarlo, e prevenire la gioventù nostra, sempre pronta ad affrontare i pericoli per la redenzione della patria, di non lasciarsi così facilmente trascinare dalle fallaci insinuazioni d'uomini ingannati o ingannatori, che spingendola a tentativi intempestivi, rovinano, od almeno, screditano la nostra causa».

Nel 1859 Cavour rincarò la dose contro Mazzini e scrisse al proprio cugino Guglielmo De La Rive a Ginevra: «I giovani di tutte le città del nord d'Italia accorrono sotto le nostre bandiere. (…) Gl'italiani che abitano a Ginevra potrebbero riunirsi a fare una dichiarazione in favore del Piemonte e della causa nazionale. Ginevra essendo stata considerata fin qui a torto od a ragione come un centro mazziniano, un atto che contenesse, più o meno esplicitamente, una sconfessione dei principi di Mazzini ci sarebbe molto utile». E nel 1860, scrisse al Marchese G. Pepoli:«L'Imperatore [Napoleone III] ci sgrida, ma molto amorevolmente. Ritengo che buttando a mare Mazzini e suoi discepoli otterremo un'assoluzione plenaria».

L’abile Cavour riuscì invece a far rientrare nell’ordine istituzionale il Garibaldi rivoluzionario eroe dei due mondi. Nel 1859, a Torino a palazzo reale, il generale Garibaldi presta giuramento nelle mani del Re Vittorio Emanuele II come «maggior generale». Da quel momento divenne uno dei maggiori protagonisti dell’Unità d’Italia.

Garibaldi, prima di allora non aveva avuto buoni rapporti con i Savoia. Carlo Alberto, nel 1848, aveva chiaramente rifiutato il suoi servizi nella guerra che stava per dichiarare all’Austria. Quando però l’andamento della guerra stava per travolgere l’esercito piemontese, Garibaldi ammassò circa 1500 volontari alla frontiera con la Svizzera, pronto ad intervenire contro gli austriaci. Di fatto intervenne, ma anch’egli dovette poi ritirarsi come i piemontesi sconfitti. Trovò rifugio in Svizzera con una settantina di compagni.

Il governo svizzero gli concesse l’asilo politico, a condizione tuttavia che risiedesse in una località lontana dalla frontiera italiana e non facesse attività politica (rivoluzionaria). Garibaldi rimase sempre riconoscente alla Svizzera per l’accoglienza ricevuta, ma ritenne anche di non poterne approfittare a lungo. Il richiamo della causa dell’Unità d’Italia era troppo forte per potersi godere a lungo la tranquillità svizzera, dove anch’egli, come Mazzini, conobbe molti amici disposti a sostenerlo con denaro e armi. Un particolare interessante: nel 1850 fu costituito a Torino un «Comitato per una spada d'onore» da donare a Garibaldi con la scritta «dono dei Liguri-Piemontesi e dei Ticinesi».

Il soggiorno in Svizzera di Garibaldi durò poco. Una volta partito, non vi ritornò più, ma vi rimase il suo mito. Quando si seppe della spedizione dei Mille, vennero organizzate raccolte di denaro e armi, e alcuni volontari lo seguirono nell’impresa.

Anche Garibaldi, come Mazzini, conserveranno della Svizzera una profonda ammirazione, ma forse più nel primo che nel secondo. Scrisse infatti Garibaldi del Paese che lo ospitò: «mi vanto di amare come un suo figlio: i principi che regnano presso di lei sono quelli che mi sono cari e che ho sempre difeso».

(Gli altri articoli della serie 1861-2011 sono apparsi il 20.10.2010, 17.11.2010, 2.2.2011)

Giovanni Longu
Berna 23,2.2011
 

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