Disagio italiano, ma senza dimissioni!

Che si possa provare di tanto in tanto un certo disagio ad essere italiano è comprensibile! Di qui a farsi prendere dallo scoramento fino a lasciarsi conquistare dall’idea di «dimettersi da italiano» mi pare una conclusione né logica né responsabile. Un passo del genere supporrebbe da una parte l’inconciliabilità tra un modello di Italia eccessivamente ottimistico e una realtà vista come assolutamente negativa e, dall’altra, l’insopportabilità di una convivenza tra una coscienza di sé integralista e un presunto malcostume generalizzato e insanabile. Una tale visione è però talmente astratta da non poter essere giustificata nemmeno teoricamente. 

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Io capisco che ad un «italiano vero», soprattutto se vive all’estero, possa dare il voltastomaco il bombardamento quotidiano delle notizie negative provenienti dalla madrepatria. Mi rendo conto che non sia un motivo d’orgoglio appartenere allo stesso popolo che esprime alla grande mafia, 'ndrangheta, evasione fiscale, corruzione e numerose forme d’illegalità. Capisco anche che ogni cittadino italiano vorrebbe essere rappresentato solo da persone integerrime e governato da persone competenti e virtuose. Ma tutto questo è sufficiente per dimettersi da italiano? Non credo.

L’Italia non è ancora perduta!
Intanto va detto che ognuno è responsabile solo delle proprie azioni e non di quelle di altri e non esiste una responsabilità (penale) collettiva ma solo individuale. Diversamente, per un membro di un patronato ladro tutti i colleghi dovrebbero sentirsi ugualmente colpevoli, per un parlamentare che va in galera tutta la classe politica dovrebbe ritenersi delinquente e, massimo dei massimi, per un governante (presunto) corrotto tutti i governati dovrebbero vergognarsi delle cose che gli vengono attribuite e decidere magari di cambiare nazionalità. Una società sostanzialmente sana, come quella italiana, funziona diversamente: manda in galera i delinquenti, incarica i tribunali di verificare se gli indizi di reato sono veri reati o solo accuse infondate e cerca di farsi rappresentare e governare da persone che ritiene adeguate. Non ha senso, dunque, sotto questo profilo, vergognarsi di essere italiano, anche se, vivendo all’estero, non può che dispiacere la perdita di considerazione dell’Italia in Europa e nel mondo.
In secondo luogo, per quanto pessimisti si possa essere sull’Italia, non c’è dubbio che in un ipotetico bilancio il saldo anche morale ne risulterebbe nettamente positivo. Quel che funziona bene è sicuramente superiore a quel che funziona male, l’onestà sopraffà la disonestà, il bene supera il male. La stessa attività di governo, pur nelle sue manchevolezze e nei suoi ritardi, ha dimostrato di saper traghettare il Paese attraverso le tempeste finanziarie, economiche, migratorie, occupazionali, ecc. di questi ultimi anni. Sotto questo profilo, l’ottimismo non dovrebbe essere una forzatura. Del resto, un giornale serio e spesso critico nei confronti della politica italiana come la Neue Zürcher Zeitung proprio la settimana scorsa iniziava un lungo articolo a firma di Hans Woller con queste parole: «Nein, Italien ist noch nicht verloren», no, l’Italia non è ancora perduta!
In terzo luogo, credo che occorra stare attenti a non trasformare un disagio personale in un disagio universale e una coscienza integralista in un’accusa perenne degli altri. Prima di lanciare critiche o salire sulle barricate in nome di presunti principi violati ognuno dovrebbe avere il coraggio e l’onestà di esaminare da dove nasce il proprio disagio. Un italiano vero può sentirsi perfettamente a proprio agio o addirittura fiero di esserlo anche nella costatazione di molti difetti dello Stato, se alla base di questo stato d’animo c’è la consapevolezza della complessità e gravità oggettiva delle situazioni, la coscienza della problematicità delle soluzioni possibili (perché ogni soluzione è una scelta) e la disponibilità a fornire comunque il proprio contributo per migliorare la situazione. Chi è consapevolmente onesto e impegnato per il bene comune non può avere sensi di colpa e di vergogna.

Disagio o presunzione?
Si ha invece l’impressione che chi è sempre pronto all’indignazione, alla denuncia, alla colpevolizzazione e delegittimazione dell’avversario (politico), all’ostruzionismo parlamentare e alle manifestazioni di piazza abbia assunto come metro di paragone una presunta onestà morale, civile e politica posseduta pressoché in esclusiva. Purtroppo questa presunzione ha un difetto radicale: è unilaterale e non regge alla prova dei fatti. Si dà infatti il caso che il popolo sovrano, che in una democrazia matura anche se imperfetta è l’unico a dare patenti di legittimità e assegnare pagelle di efficienza, non si lascia governare solo da quella parte politica che si autocertifica come la più brava e la più onesta. Evidentemente qualcuno sbaglia, ma non può essere il popolo degli elettori.
Un po’ più di modestia, nella valutazione di sé stessi e degli altri, non nuocerebbe ad alcuno e sicuramente se ne avvantaggerebbe la democrazia e lo sviluppo del bene comune. In una barca, quando una parte pretende di sostituire l’equipaggio legittimamente insediato a governarla e per raggiungere l’obiettivo rema contro con tutte le sue forze, forse non riuscirà a farla affondare o a buttare a mare l’equipaggio, ma sicuramente ne rallenterà la corsa. Se, stando alla metafora, qualcuno dovesse provare disagio perché l’equipaggio resiste o dovesse addirittura provare vergogna di stare su quella barca, ebbene in tal caso, fuori metafora, costui farebbe bene a dimissionare da italiano.
Giovanni Longu
Berna, 20.4.2011

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