Frontalieri: risorsa o pericolo per il Ticino?

In Ticino, soprattutto durante la recente campagna elettorale e all’indomani del voto che ha premiato la destra ticinese, il «tema frontalieri» è tornato di grande attualità e con toni più aggressivi del solito. La Lega dei Ticinesi, vincitrice delle elezioni, sostenuta dall’Unione democratica di centro (un partito ancor più a destra della Lega) e non ostacolata dai partici di centro e di sinistra, non vede l’ora di rinegoziare l’accordo con l’Italia sui frontalieri risalente al 1974.

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 Sembra insostenibile il ristorno da parte del Ticino ai Comuni italiani della zona di frontiera del 38,8% del prelievo fiscale alla fonte sui salari dei frontalieri.
Sui frontalieri si è inoltre innescata con una martellante pubblicità ingiusta e brutale la polemica circa il loro numero, ritenuto eccessivo, e la loro presunta funzione di sostituzione sistematica dei lavoratori indigeni facendo le sui bassi salari loro corrisposti. Come se non bastasse, a rinvigorire la polemica si è aggiunta dall’entrata in vigore degli accordi bilaterali Svizzera-Unione europea la contestazione dell’inosservanza degli accordi da parte dell’Italia sulla libera concorrenza delle imprese e addirittura la discriminazione delle ditte svizzere (ticinesi) in materia di appalti pubblici.
Queste polemiche, in aggiunta alla critica al ministro Tremonti di continuare a mantenere in vita una sorta di lista nera dei paradisi fiscali comprendente, almeno in parte anche la Svizzera, non fanno che contribuire al deterioramento dei rapporti italo-svizzeri almeno sul fronte sud. In queste ultime settimane, la politica ticinese si è spesso interessata al ministro dell’economia italiano, reputato dalla destra come il principale ostacolo alla normalizzazione dei rapporti italo-svizzeri. Ben poco risalto è stato dato, invece, all’unica notizia positiva di questo periodo, la prossima revoca delle discriminazioni nei confronti delle aziende svizzere negli appalti pubblici italiani. Si è addirittura letta questa decisione non tanto come un segnale di apertura del ministro, quanto piuttosto come una obbligata ottemperanza dell’Italia all’Unione europea (UE) a cui la Svizzera si era rivolta denunciando una procedura discriminatoria dell’Italia nei confronti delle ditte svizzere, contraria all’accordo del 1999 sugli appalti pubblici all’interno dell’UE.
Senza Tremonti, sembrerebbe, le relazioni italo-svizzere sarebbero migliori, viste anche le buone intenzioni di collaborazione manifestate dalla consigliera federale Doris Leuthard e dai ministri italiani Paolo Romano (sviluppo economico) e Altero Matteoli (infrastrutture e trasporti) nel loro incontro romano del 4 e 5 aprile scorso.
Per sbrogliare la situazione, la Lega dei Ticinesi, ora più forte di prima, fa appello alla Lega Nord di Umberto Bossi perché faccia anch’egli la sua parte. «Con Tremonti deve sciogliere il nodo dell’accordo sulla doppia imposizione, altrimenti con i frontalieri sarà guerra aperta e sospenderemo i ristorni ai Comuni italiani di confine». Giuliano Bignasca, padre padrone della Lega dei Ticinesi, sa bene che la questione è molto complicata e controversa e per di più è di competenza federale e non cantonale, ma col suo carattere scontroso e populista è capace di procurare danni e peggiorare la situazione. Tanto più che può contare su un alleato sicuro, Pierre Rusconi, presidente dell’Unione democratica di centro ticinese, l’ispiratore della campagna ingiuriosa contro i frontalieri, paragonati a ratti e ladri.

Appianare le divergenze
Per questo è necessario che l’Italia affronti urgentemente la questione e ristabilisca il tradizionale clima di collaborazione e amicizia tra i due Paesi. Non so cosa farà Bossi e cosa farà Tremonti, mi auguro solo che intervengano per chiarire la situazione e risolvere concordemente il contenzioso. Allo stesso tempo però mi auguro anche che il governo italiano intervenga con fermezza denunciando questa campagna ingiuriosa contro i frontalieri, che in queste vicende semmai sono solo vittime.
Trovo anche scandaloso che la politica ticinese, dove non c’è solo Bignasca e Rusconi che contano, non riesca ad affermare la verità sul contributo fondamentale dei frontalieri al benessere ticinese, sulla ininfluenza dei frontalieri sui livelli salariali, sulla grande utilità per il Ticino di avere una forza lavoro disponibile, capace e a basso costo per la cui preparazione non ha dovuto spendere nemmeno un franco, sull’importanza per le imprese ticinesi della libera circolazione non solo delle finanze e dei prodotti ma anche delle persone.
E’ stato dimostrato come due più due fa quattro che i frontalieri non portano via il lavoro ad alcun ticinese eppure li si continua a descrivere come ladri di posti di lavoro soprattutto nel terziario. Trovo particolarmente scandaloso che sotto sotto si considerino ancora i frontalieri come quegli immigrati del secolo scorso, soprattutto all’epoca della costruzione delle ferrovie e delle infrastrutture idroelettriche, che venivano chiamati a svolgere solo lavori snobbati dagli svizzeri perché particolarmente pesanti e pericolosi. La civiltà del lavoro, per fortuna, ne ha fatto di strada da un secolo a questa parte. Essa ha portato alla liberalizzazione del lavoro e alla libera circolazione delle persone, una risorsa più che un pericolo. Occorre tenerne conto oppure decidere di rinchiudersi in una sorta di ridotto ticinese, in cui però si rischierebbe di azzerare in poco tempo tutte le conquiste di un secolo di sviluppo.
Giovanni Longu
Berna, 20.04.2011

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