Italia-Libia: ritorno alle origini… pericolose!

Quasi a cento anni di distanza, l’Italia è nuovamente in conflitto con la Libia o meglio col regime libico di Gheddafi. Le motivazioni, le modalità e il contesto internazionale sono completamente diversi. Eppure fa impressione che l’Italia si ritrovi in guerra (anche se a molti benpensanti questo termine può apparire inadeguato) proprio con la Libia, contro la quale sperimentò, fra l’altro, forse per la prima volta nella storia, un rudimentale bombardamento aereo (lancio di alcune granate a mano!), ma con la quale ha avuto anche periodi di pace e di amicizia.

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 Mentre ci si chiede perplessi quando e come andrà a finire questa guerra, può essere interessante rievocare le motivazioni di quella prima inutile e dannosa guerra di un’Italia in cerca di visibilità e incapace di risolvere il problema «vergognoso» dell’emigrazione.
Le ambizioni italiane sulla Libia
Va ricordato innanzitutto che fino al 1890 (conquista dell’Eritrea) l’Italia non possedeva colonie, perché a differenza di altri Paesi colonizzatori aveva ben altri problemi a cui pensare, il sottosviluppo, il ritardo industriale e non da ultimo la persistente emigrazione. La suggestione dell’espansione territoriale era tuttavia da tempo presente soprattutto nei governi Crispi e Giolitti. Con quest’ultimo, ragioni impellenti di prestigio internazionale sembravano spingere verso l’occupazione di quel poco che non era stato ancora conquistato dai grandi Stati europei, Belgio e Olanda compresi, dagli Stati Uniti e dalla Russia.
La vicina Libia, ritenuta ricca di materie prime e dove l’Italia aveva già importanti interessi finanziari e commerciali, sembrava il territorio ideale per la nuova colonia italiana. Per coinvolgere maggiormente il Re, i politici e l’opinione pubblica, il quarto Governo Giolitti mescolò abilmente ragioni di politica internazionale e di politica interna, facendo leva soprattutto sulla necessità per l’Italia di trovare sbocchi convenienti all’inarrestabile flusso migratorio. La propaganda riuscì, tanto è vero che non solo nazionalisti ma anche gran parte della stampa e dell’opinione pubblica erano favorevoli alla conquista libica.
Le ragioni che spingevano in quella direzione mi sembrano ben sintetizzate in un articolo del 13 settembre 1911, pochi giorni prima dell’invasione della Libia, pubblicato sul quotidiano ticinese «Corriere del Ticino». In esso si sosteneva fra l’altro che «l’Italia non può esimersi dal fare della politica coloniale; il suo rapido sviluppo le impone un movimento di espansione; le impone di cercarsi altre terre da colonizzare; d’altra parte è ormai tempo che l’Italia sfrutti a proprio vantaggio il fenomeno dell’emigrazione, dirigendo le correnti emigratorie su proprie terre, tenendosi in casa tutti i valori di produttività che ora si disperdono per vari Stati. Disgraziatamente, l'Italia è giunta un po' tardi ed ha trovato tutti i posti già occupati; uno solo restava libero: la Tripolitania; se l'Italia si lascia sfuggire anche quello, può mettere la pietra sepolcrale sulla sua politica coloniale».
Per non perdere ulteriore tempo, dopo una serie di incidenti abilmente provocati dagli italiani, il 29 settembre 1911 l’Italia dichiarò guerra alla Turchia a cui apparteneva allora la Libia. In pochi giorni l’esercito italiano riuscì ad occupare Tripoli, capitale della Tripolitania, e Bengasi, capitale della Cirenaica, ma non il resto del Paese. La definitiva occupazione dell’intero territorio si rivelò più difficile del previsto e costò decine di migliaia di morti, soprattutto libici, ma anche italiani.
La questione migratoria
L’Italia fu indotta all’avventura coloniale in Libia, secondo la propaganda ufficiale, non tanto per ragioni di prestigio internazionale quanto piuttosto per una questione di politica interna, quella di indirizzare l’inarrestabile flusso migratorio verso terre in qualche modo «italiane» piuttosto che svendere il lavoro italiano ad altri Paesi beneficiari.
Com’è noto, all’indomani dell’unificazione dell’Italia si era avviato soprattutto dal Sud quel fenomeno migratorio che è durato per oltre cento anni e che ha spopolato e impoverito intere regioni. Inizialmente il governo aveva cercato di contrastare il flusso crescente di emigrati, ma non riuscì a impedirlo, nonostante le notizie sulle tristi condizioni degli italiani in America e in Europa. Si sapeva ch’essi erano disprezzati e discriminati un po’ ovunque, negli Stati Uniti, in Francia, in Svizzera e spesso persino aggrediti fisicamente. Lo raccontavano i dispacci delle rappresentanze italiane all’estero, i resoconti dei missionari bonomelliani e scalabriniani e delle suore di Francesca Cabrini. Erano soprattutto gli stessi emigrati che ritornavano a casa a raccontare le penose condizioni di vita e di lavoro all’estero. Quanto bastava per spingere i nazionalisti, ma anche molti cattolici, liberali e persino socialisti, a rivendicare la fine di tale vergogna e una politica di conquista coloniale per dare nuovi sbocchi all’inarrestabile emigrazione delle masse contadine del Sud.
L’esaltazione del Pascoli per la «grande Proletaria» conquistatrice
Uno dei maggiori sostenitori di questa politica coloniale italiana è stato Giovanni Pascoli, che oltre che poeta era anche un fervido socialista, sensibile ai problemi dell’emigrazione. E’ rimasto celebre un suo discorso tenuto il 26 novembre 1911, in cui riconosceva all’Italia di aver finalmente assolto al suo dovere «di contribuire per la sua parte all'umanamento e incivilimento dei popoli; al suo diritto di non essere soffocata e bloccata nei suoi mari; al suo materno ufficio di provvedere ai suoi figli volenterosi quel che sol vogliono, lavoro (…)».
Al Pascoli più che la vocazione civilizzatrice dell’Italia interessava l’avvio della soluzione del problema migratorio: «La grande Proletaria si è mossa. Prima ella mandava altrove i suoi lavoratori che in Patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzar terrapieni, a gettar moli, a scavar carbone, a scentar [radere] selve, a dissodare campi, a iniziare colture, a erigere edifizi, ad animare officine, a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile' e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora: ad aprire vie nell'inaccessibile, a costruire città dove era la selva vergine, a piantar pometi, agrumeti, vigneti dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto della strada. Il mondo li aveva presi a opra [a basso costo] i lavoratori d'Italia; e più ne aveva bisogno, meno mostrava di averne, e li pagava poco e li trattava male e li stranomava [li chiamava con nomignoli spregiativi]. Diceva: Carcamanos! Gringos! Cincali! Degos!
Erano diventati un po' come i negri, in America, questi connazionali di colui che la scoprì; e come i negri', ogni tanto erano messi fuori della legge e della umanità, e si linciavano. Lontani o vicini alla loro Patria, alla Patria loro nobilissima su tutte le altre, che aveva dato i più potenti conquistatori, i più sapienti civilizzatori, i più profondi pensatori, i più ispirati poeti, i più meravigliosi artisti, i più benefici indagatori, scopritori, inventori, del mondo, lontani o vicini che fossero, queste opre erano costrette a mutar patria, a rinnegare la nazione', a non essere più d'Italia. Era una vergogna e un rischio farsi sentire a dir Sì, come Dante, a dir Terra, come Colombo, a dir Avanti!, come Garibaldi.
Si diceva: Dante? Ma voi siete un popolo d'analfabeti! Colombo? Ma la vostra è l'onorata società` della camorra e della mano nera! Garibaldi? Ma il vostro esercito s'è fatto vincere e annientare da Africani scalzi! Viva Menelik!».
Sentimento molto diffuso
Questa era non solo l’opinione di Pascoli, ma un sentimento molto diffuso, abilmente alimentato dalla propaganda del governo. Esso ispirò la canzone «Tripoli bel suol d’amore… Tripoli terra incantata» e fece dire al Pascoli che finalmente «la grande Proletaria» aveva trovato agli italiani bisognosi un luogo dove avrebbero potuto lavorare come a casa propria: «una vasta regione bagnata dal nostro mare (…), che già per opera dei nostri progenitori fu abbondevole d'acque e di messi, e verdeggiante d'alberi e giardini (…)». Là i lavoratori non sarebbero stati sfruttati e mal pagati, ma «agricoltori sul suo, sul terreno della Patria (…) e non saranno rifiutati, come merce avariata, al primo approdo; e non saranno espulsi, come masnadieri, alla prima loro protesta; e non saranno, al primo fallo d'un di loro, braccheggiati inseguiti accoppati tutti, come bestie feroci».
Oggi, un secolo dopo, è troppo facile considerare l’esaltazione pascoliana della conquista libica come esagerata, al limite della glorificazione della guerra giusta, quasi come un’opera civilizzatrice. Eppure, in quel momento, sembrava rappresentare una soluzione giusta e persino doverosa dell’Italia quale «nazione proletaria» nei confronti dei suoi figli erranti per il mondo. Con la conquista libica, riteneva il Pascoli e con lui sicuramente molti altri, l’Italia avrebbe finalmente potuto offrire ai suoi figli volenterosi «quel che sol vogliono, lavoro».
In realtà le possibilità di lavoro offerte dalla Libia, da molti considerata niente più che un grande «scatolone di sabbia», erano scarse e ben presto la conquista della Libia si rivelò un fallimento. Il problema dell’emigrazione non fu risolto. Fu solo rallentato dall’avvento del Fascismo un decennio più tardi, per riprendere più vigoroso che mai subito dopo la seconda guerra mondiale. Solo negli anni Sessanta in Italia si cominciò a capire che la migliore soluzione del problema emigratorio è una efficace politica interna di sviluppo.
Giovanni Longu
Berna 11.05.11

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