Max Frisch e i Fremdarbeiter italiani

Ricordando Max Frisch nel centenario della sua nascita e vent’anni dopo la sua morte non si può non sottolineare il suo forte legame con l’Italia e con gli italiani emigrati in Svizzera. Si dirà forse che si tratta di un aspetto marginale della complessa biografia di uno dei massimi scrittori svizzeri del XX secolo, eppure rappresenta nella storiografia dell’emigrazione italiana in Svizzera un elemento centrale. 

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Basterebbe ricordare che una delle sue frasi più celebri si ritrova praticamente in ogni saggio sulle condizioni dei lavoratori italiani immigrati in Svizzera negli anni Sessanta e Settanta: «abbiamo chiamato braccia e sono venuti uomini».

La frase citata sintetizza bene, nella prima parte, la politica migratoria svizzera di quegli anni fondata sulla rotazione della forza lavoro e, nella seconda parte, la drammaticità di un popolo, quello degli immigrati, senza una vera identità e senza il pieno riconoscimento da parte del popolo indigeno. Li si continuerà a chiamare a lungo «lavoratori stranieri» o anche «lavoratori ospiti», in Svizzera solo di passaggio, provvisori e distinti, spesso separati, dai lavoratori indigeni.

Max Frisch era nato il 15 maggio 1911 a Zurigo, già allora la capitale economica della Svizzera. Figlio di un architetto, studiò dapprima germanistica all’università di Zurigo e successivamente, dopo un intermezzo come corrispondente per il giornale Neue Zürcher Zeitung, architettura. La sua vera passione fu tuttavia la letteratura e la scrittura.

Vivendo e studiando a Zurigo non poteva sfuggirgli la presenza di moltissimi italiani in quella città, soprattutto alla stazione, ma probabilmente non aveva avuto modo di osservarli da vicino e soprattutto di frequentarli. Così che, ha raccontato Dario Robbiani in un suo libro, la prima volta che Frisch entrò al Cooperativo della Militärstrasse, il famoso ristorante degli antifascisti italiani, fu sorpreso nel vedere a tavola tanti italiani ben vestiti. Secondo lui «non potevano essere operai italiani, poiché non portavano né canotta né salopette». Nessuno gli aveva detto che anche gli operai italiani, quando pranzano in trattoria si mettono l’abito buono.

Soggiorno romano

Non so se l’episodio raccontato da Robbiani sia stato per Frisch una sorta di folgorazione come per San Paolo sulla via di Damasco, ma è certo che negli anni Cinquanta comincia a interessarsi da vicino alla questione degli italiani e alla politica migratoria svizzera, che non condivide. Per allontanarsi da questa realtà e cercare nuove ispirazioni, nel 1960 decide di trasferirsi per qualche tempo a Roma. Vive dapprima in un grandioso appartamento ai Parioli insieme all’amica scrittrice e poetessa austriaca Ingeborg Bachmann, con cui impara a conoscere la città e un gran numero di artisti, fotografi, giornalisti che lo intervistano e lo presentano al pubblico come il grande scrittore-architetto svizzero, già famoso per alcune sue opere, soprattutto Homo Faber.

A Roma si trova subito a suo agio. Un anno dopo il suo arrivo può scrivere ad un suo amico di conoscere la città quasi come un tassista e di conoscere anche un numero di trattorie sufficiente per una settimana. «Vivo nella città più bella del mondo», dichiara in un’intervista a un giornalista della televisione. La relazione con la Bachmann non dura a lungo. Una volta separati, Frisch va ad abitare con una giovane studentessa, Marianne Oellers, che diverrà in seguito sua moglie, nel cuore della città, nell’esclusiva via Margutta, luogo di ristoranti alla moda e residenza di personaggi famosi dell’arte e dello spettacolo.

Frisch rimane a Roma cinque anni, durante i quali dà alla luce uno dei suoi libri più famosi, Il mio nome sia Gantenbein. Poi la vita romana finisce per stancarlo e decide di rientrare in Svizzera. Del soggiorno romano trarrà qualche anno dopo un bilancio positivo: «sono stati cinque anni interessantissimi». Quanti bastavano per farlo innamorare non solo delle bellezze di Roma, ma in generale della cultura italiana e degli italiani.

La questione dell’«inforestierimento»

Al suo ritorno in Svizzera nel 1965, nonostante avesse di proposito rinunciato a ritornare nella sua Zurigo e avesse preferito un ambiente più tranquillo nel Ticino, ripiomba per così dire nella problematica migratoria che aveva accantonato prima di trasferirsi in Italia e che nel frattempo si era aggravata a causa dei movimenti xenofobi che andavano sempre più estendendosi nella Svizzera tedesca. Su invito dell’amico cineasta Alexander Seiler, autore del libro e del film «Siamo italiani», scrive la vibrante introduzione al libro in cui è contenuta la celebre frase riportata sopra. Dirà al riguardo Frisch: «Quello che Seiler ha scritto, i dati che ha raccolto, mi avevano commosso moltissimo perché amo gli italiani, amo questo popolo e così mi sono ritrovato “in clinch”, di nuovo “contro” questa Svizzera».

Max Frisch sentiva come un enorme peso sullo stomaco il continuo insistere da parte della destra nazionalista sul pericolo dell’«inforestierimento», della Überfremdung e cerca di liberarsene. Lo fa a modo suo, con una denuncia chiara e decisa senza mezzi termini della politica degli stranieri fatta dalle autorità e dell’ingiusto trattamento dei lavoratori italiani da parte degli svizzeri. Lo fa soprattutto con l’autorevolezza che gli danno la sua fama e la sua indipendenza da qualsiasi schieramento partitico. Certamente, ammette Frisch, gli svizzeri hanno una propria identità, diversa da quella degli stranieri e degli italiani in particolare. Ma in questa diversità non vede alcuno scandalo. Perché dunque prendersela con loro? «Non si può prendersela con loro per questo».

Frisch non comprende la paura irrazionale degli stranieri, soprattutto degli italiani, tanto più che sono stati chiamati e sono necessari all’economia, non hanno alcun peso politico e sono senza voce ovunque si prende una decisione. Eppure, scrive Frisch nel 1965, «un piccolo popolo dominatore si vede in pericolo: sono state chiamate forze di lavoro e arrivano persone. Non divorano l’intero benessere, anzi sono indispensabili al benessere».

Gastarbeiter o Fremdarbeiter?

Intanto, si chiede Frisch, dobbiamo chiamarli lavoratori ospiti (Gastarbeiter), come si sente dire spesso, o lavoratori stranieri (Fremdarbeiter)? «Io opto per i secondi: non sono ospiti che serviamo per trarne un guadagno; lavorano – all’estero – perché non riescono a fare fortuna nel loro Paese». E poi approfondisce la questione dell’identità degli svizzeri e della presunta minaccia da parte degli stranieri. Ma parlano un’altra lingua! «Non si può prendersela con loro per questo, tanto più che la loro lingua è una delle quattro lingue nazionali». Ma si lamentano per gli alloggi non dignitosi! «Se il piccolo popolo dominatore non fosse famoso per la sua umanità, tolleranza eccetera, la relazione con le forze di lavoro straniere sarebbe più semplice; si potrebbe alloggiarli in normali accampamenti, dove potrebbero anche cantare e non inforestierirebbero le strade. Ma non è possibile; non sono dei prigionieri, non sono neanche dei rifugiati». Ma ormai sono dappertutto: entrano nei negozi e comprano e se subiscono un infortunio sul lavoro o si ammalano ce li ritroviamo anche negli ospedali! E per questo bisogna prendersela con loro? Risparmiano, si dice, e spediscono a casa un miliardo all’anno! «In realtà non si può prendersela con loro per questo».

Per aiutare i lettori a capire il suo ragionamento, Frisch domanda, se gli svizzeri trovano inquietante che ci siano alla frontiera così tanti italiani che aspettano di entrare, non sarebbe altrettanto inquietante se l’Italia chiudesse le frontiere all’improvviso? Certamente, così tanti italiani in Svizzera sono un problema e bisogna capire il popolo svizzero. D’altra parte, «lavorano bene, sembra, sono addirittura abili» e non si può fare a meno di loro, tranne che per «qualche testa calda che non capisce niente di economia».

Quanto al loro numero, dice Frisch con una punta d’ironia, «sono semplicemente troppi, non sul cantiere né in fabbrica né nella stalla né in cucina, ma dopo il lavoro, soprattutto la domenica, di colpo sono troppi. Balzano all’occhio. Sono diversi. Guardano le ragazze e le signore, a meno che non abbiano potuto portare le loro all’estero». E con questo minacciano la natura del piccolo popolo dominatore?

Odio e pregiudizi

Nell’atteggiamento antistraniero e antitaliano Frisch vede soprattutto molti pregiudizi ma anche un certo odio verso lo straniero: «L’odio verso lo straniero è un fenomeno naturale. Esso nasce fra l’altro dalla paura che altri possano essere più abili in questo o quel campo, in ogni modo il loro impegno è diverso, diverso per esempio nell’assaporare la vita, nell’essere felici. Ciò suscita invidia, anche se ci si trova in una posizione privilegiata, e l’invidia sfocia in atti di disprezzo. Gli svizzeri sono bravi, ma ora scoprono che anche atri lo sono: e senza quel senso di malumore che al nord delle Alpi siamo abituati a considerare la premessa o addirittura la prova medesima della capacità…» (cit. in Fiorenza Venturini: Nudi col passaporto, del 1969).

Nella Premessa dell’opera della Venturini, l’autrice cita una frase di Frisch nei suoi confronti: «Avrei tanto voluto scrivere io stesso un romanzo sull’emigrazione italiana in Svizzera. Ma non mi è stato possibile farlo, perché non riesco ad addentrarmi abbastanza nell’anima della Sua gente. Sono felice che lo faccia Lei per me».

Ritengo che anche senza un libro specifico Max Frisch abbia dato prova in molteplici occasioni non solo di comprendere la problematica degli immigrati italiani in Svizzera negli anni Sessanta e Settanta, ma anche di voler contribuire a favorire un clima favorevole al dialogo e alla reciproca comprensione tra svizzeri e stranieri. Anche per questo, credo, va ricordato.

Giovanni Longu
Berna 18.5.2011

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