Domenico Antonio Tripodi – “L’Aspromontano”

Domenico Antonio Tripodi è un figlio d’arte: chiunque, nella prima metà del secolo scorso, in Calabria, si è interessato di arte, ed in particolare di arte sacra, ha inevitabilmente conosciuto il padre, il pittore e scultore Carmelo Tripodi, allievo di Francesco Paolo Michetti all’Accademia di Belle arti di Messina nell’ultimo decennio del 1800 e autore di opere in cui sono evidenti le influenze di un altro grande maestro della pittura del secondo Ottocento meridionale, Domenico Morelli. 

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Nonostante il terremoto del 1908 abbia cancellato gran parte della sua produzione giovanile, le opere di Carmelo Tripodi, alcune delle quali custodite in collezioni private, altre in chiese della Provincia di Reggio Calabria (Acquaro di Cosoleto, Palmi, Sant’Eufemia d’Aspromonte, Gioiosa Ionica, San Procopio) restano quali testimoni di una vita interamente spesa per l’arte.
Degli otto figli di Carmelo Tripodi, educati nella “Bottega” del padre al culto dell’arte come ragione di vita, quasi tutti hanno scelto di continuare sulle orme paterne e due di loro, inseriti negli ambienti artistici più prestigiosi dell’Italia contemporanea, sono diventati ricercati restauratori: Graziadei a Firenze e Domenico Antonio a Milano.
Negli ultimi due anni mi è più volte capitato di incontrare Domenico Antonio e, in particolare in due occasioni, prima alla Casa della Cultura di Palmi e poi a Palazzo Barberini a Roma, ho avuto modo di soffermarmi a colloquiare con lui: il suo eloquio cordiale, misurato, direi quasi essenziale, mi colpì subito. Mi è subito parso di intravedere nei suoi occhi il lampo geniale dell’artista: nelle sue parole mi è sembrato di scorgere non solo un particolare amore per l’arte nell’accezione più ampia, ma anche il senso della misura nell’avida ricerca della bellezza e dell’espressività artistica.
Come spesso accade quando dai dialoghi emerge una comunanza di interessi, stimolati anche da quella solidarietà che nasce tra calabresi, quando ci si incontra fuori della propria Regione, concordammo di vederci con maggiore calma e fu il Maestro, dopo qualche giorno, a prendere l’iniziativa. Ci incontrammo nella sua casa di via Avicenna, a Roma: prima di essere introdotto nel salotto della sua casa sono rimasto colpito, nella penombra dell’ingresso di quell’abitazione, da decine di quadri illuminati dagli occhi vivi e irrequieti del padrone di casa che parlava quasi timidamente, sottovoce. La sua parola sembrava un soffio, scivolava tra le labbra e la “mosca”, sotto il labbro inferiore dell’artista, trascolorava in argento.
Anche le pareti del salotto erano interamente ricoperte da quadri e subito Domenico Antonio Tripodi, dopo aver precisato che egli è nato come artista in Calabria, quando ancora bambino, aggrappato ai pantaloni del padre, osservava dipingere il genitore, cominciò a parlarmi della sua vita di artista maturo.
Dopo un lungo apprendistato in Toscana, tra Firenze, Siena e Certaldo, divenuto docente presso l’Istituto superiore di Restauro di Como, è a Milano che si afferma come restauratore, operando, tra l’altro, il recupero di opere del Bramante, del Borgognone, di Botticelli, di Guido Reni e di altri grandi maestri. 
La sua casa diventa un tempio dell’arte anche grazie alla presenza della prima moglie, Argia Maldifassi, eccellente ritrattista, conosciuta negli ambienti artistici con il soprannome di “Scampolo”.
Forse proprio la morte della sua compagna di vita e nell’arte ha spinto ”L’Aspromontano” (con questo appellativo Domenico Antonio Tripodi è conosciuto nel mondo dell’arte) a operare la scelta definitiva ed approdare alla pittura, dopo una vita di soddisfazioni professionali nel campo del restauro.
Le opere prodotte da Tripodi in quel primo periodo artistico propongono spesso animali feriti o sacrificati, parlanti anche dopo la morte, che esprimono la condizioni di prostrazione che l’artista ha vissuto in quel drammatico scorcio della sua esistenza, ma in esse appare anche l’animo di chi sa istintivamente trovare nell’arte il mezzo per riemergere dal pelago e produrre, con pennellate sicure e uniformi, espressioni della sua innata tempra artistica, raffigurazioni di elementi della flora e della fauna del mediterraneo che hanno suscitato l’ammirazione della critica, tanto che l’americano Neal Rear così ha sintetizzato questa fase pittorica di Tripodi: «sembra che canti inni alla bellezza della natura mostrando i suoi meravigliosi animali come in un incitamento a difenderli dell’estinzione …».
Dopo la proficua stagione ecologistica Tripodi, che nella pittura ha trovato il definitivo e a lui più congeniale linguaggio artistico, sembra voler tornare alle origini: riemerge il sentimento magnogreco racchiuso nell’animo di ogni calabrese e sembra voler immergersi con ogni sua energia nel mondo classico.
Si ha quasi l’impressione che egli abbia passato gran parte del suo tempo a studiare il mondo della Magna Grecia e da tale studio l’arte trionfa attraverso la personale reinterpretazione pittorica di reperti archeologici che emergono dal pennello dell’artista come opere di alta poesia, capaci si suscitare profonde emozioni: Il Filosofo, l’opera che può essere definita il capolavoro di questa stagione artistica di Tripodi, dipinto nel 1984, esposto nelle maggiori capitali del mondo (Madrid, Parigi, Bruxelles, New York, Tokio) e posto accanto all’immagine di Sofocle ad illustrare le pagine dell’enciclopedia “Tutto Sapere” edita dalle Paoline, riproduce l’omonimo reperto archeologico, rinvenuto in mare, nel 1969, nelle vicinanze di Cannitello, frazione di Villa San Giovanni, e conservato nel Museo della Magna Grecia di Reggio Calabria. Quel volto, che forse raffigurava Pitagora, è rinato sulla tela dell’Aspromontano, cogitabondo sì, ma profondamente sereno perché riconciliato con il mondo e con l’esistenza: esso sembra quasi emergere, con una esplosione di colori (azzurro, rosso e bianco) che richiama la forza delle idee, da un tempio dorico appena accennato e con in basso una colomba alata simbolo dell’incontenibile mente umana.
E che dire della forza espressiva delle due statue dei Bronzi rinvenute nelle acque di Riace? In esse Tripodi non ha ricercato i segni della loro virilità, come altri hanno fatto, ma i loro volti su cui è incisa la forza di un popolo, quelle idee che hanno posto le radici della nostra civiltà e del nostro pensiero.
Dalle fattezze spirituali delle sue creature ci si accorge che Tripodi è nel suo tempo e fuori del tempo: moderno nel tocco, nel tratto consumato, nella cura dell’essenziale; greco per il senso della misura, per l’avida ricerca della bellezza.
Del resto non ci si poteva aspettare altro da un artista nato in quella Calabria dove i nostri progenitori hanno modellato morbidi pìnakes e fuso delicati bronzi. Nelle pitture di questa fase artistica in cui egli si ispira al classico, Tripodi, ultimo figlio dell’Ellade, come assetato, ne beve tutta la mitica luce.
Alla terra di origine Domenico Antonio Tripodi torna anche nella quotidianità della vita, sposando in seconde nozze una sua concittadina, Eufemia Borzumato, un’operatrice culturale profonda conoscitrice della poesia dantesca.
Non siamo in grado di affermare quale sia stata l’influenza della moglie nella decisiva svolta che ha portato Tripodi all’ultima fase della sua produzione artistica, ci pare però che essa sia stata non soltanto una scelta di stili e di tematiche nuove, ma una profonda scelta di fede: Tripodi si avventura nella produzione di un ciclo pittorico dantesco, egli, però, non illustra i versi del sommo poeta, ma dopo essersi spogliato da ogni possibile incrostazione intellettualistica, dopo aver fatto il vuoto dentro di sé, seguendo gli insegnamenti degli iconografi russi, si è immerso nei versi delle tre cantiche per auscultare i singulti della sapienza umana e cristiana che da essi promana. Ecco la grande novità che Tripodi porta nella lunga storia delle illustrazioni del Poema Divino: dalle sue opere appare chiaro che l’artista, consapevole che la Commedia, proprio perché i suoi versi spirano amore a Cristo, può essere anche per lui la scala verso l’Empireo ed è per questo che la ricerca pittorica diventa anche preghiera.
Dopo la grande pittura murale della cappella Strozzi nella chiesa di S. Maria Novella in Firenze con cui Andrea Orcagna ha illustrato, per la prima volta nella storia la Commedia dantesca, centinaia di miniatori, pittori ed incisori, attraverso linee e colori, hanno magistralmente rappresentato il mondo dantesco: Botticelli e Gustave Dorè nella loro rappresentazione umanistica, William Blake con i suoi complessi simbolismi, fino a Salvator Dalì e Robert Rauschenberg che hanno cercato di rappresentare la modernità del sommo poeta in una interpretazione pittorica surreale o a Renato Guttuso con le sue illustrazioni densamente interpretative, nate da un serrato confronto con il testo.
Ora Domenico Antonio Tripodi, con 150 acquerelli che sembrano scaturire dalla visione amorevole di un Gioacchino da Fiore o di Tommaso Campanella, si propone di illustrare non soltanto situazioni e personaggi danteschi, ma di ridare ad essi valore teologico e didascalico facendo sì che essi, accostati ai versi delle immortali terzine, diventino, in una realtà sociale globalizzata e ormai quasi priva di valori, peàna d’amore e Dante Alighieri ritorni ad essere “il Signore dell’altissimo canto”, come ebbe a definirlo papa Paolo VI.
Un corpus iconico di 150 opere che, in una dimensione tutta particolare per la sapiente distribuzione del colore e a volte quasi onirica per la significativa indefinitezza delle immagini, portano l’osservatore dalla selva oscura fino al luminoso Empireo.
L’Aspromontano con la sua opera suscita profonde emozioni e sensazioni tanto che le immagini da lui prodotte hanno girato il mondo: nel suo Palmarès esposizioni non soltanto a Roma, in Italia o nelle grandi capitali europee, ma anche in Asia, America ed Africa. Nel 2005, per celebrare il 740° anniversario della nascita di Dante, il comitato moscovita della Società Dante Alighieri ha allestito, nella Biblioteca Centrale della capitale Russa, l’esposizione “Il colore della Divina Commedia” nel corso della quale i disegni del Maestro Tripodi sono stati presentati dal critico Valerij Prostakoff.
E’ il caso di dire che il viaggio impossibile che Dante ci propone da settecento anni con i suoi versi trova negli acquerelli di Tripodi un interprete colto e raffinato che è riuscito a conseguire risultati eccezionali perché non ha soltanto interpretato pittoricamente la Divina Commedia, alla luce del tempo in cui fu prodotta, ma è riuscito anche a sceverarla nei suoi contenuti storici, filosofici, etici e spirituali.

Giuseppe Antonio Martino

2 Comments

  1. <strong>Uomini illustri di Calabria</strong><br />Nell'esprimere la mia ammirazione e il mio sempre "ad maiòra", invito il nostro artista a voler visitare il sito "ilmiolibro" dove fra gli "Uomini illustri di Calabria" troverà un ampio spazio dedicato a lui e al suo genitore.<br />Ecco il link:<br /> http://ilmiolibro.kataweb.it/community.asp?id=159159
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