Nel Mediterraneo del Capitano Ulisse, di Paolo, di Elena e di Maria Maddalena: forse una provocazione. Anzi di più

di Pierfranco Bruni

Capitano Ulisse, quanti mari hai navigato nel tuo Mediterraneo e quante donne ti hanno regalato la pazzia dell’avventura e del destino. Ma il dio ti ha condotto nel tremare del mare e nel tempestare delle vele verso Itaca. Quel “sempre caro mi fu…” ha radici greche o forse di più tra gli Assiri e i numeri nella preistoria delle grotte che viene prima di Polifemo e del grido rivolto a Zeus.

 Quel canto ritmato sul filo della recita di D’Annunzio (cfr. “Maia”) ti ha indicato come le metafore del superuomo che non ha paura e non si ferma e sfida gli dei. E forse sei stato così nel nostro immaginario: tra le lingue che tu hai incontrato e le etnie che ti hanno contaminato. Mai fanciullino e provocatoriamente inquieto (alla Pascoli direzione, alla quale non credo e non mi piace) ma sempre navigante e sensuale.

Un errore lo hai commesso, (l’ho confessato nel mio ultimo romanzo “La bicicletta di mio padre”), e lo dico con ironia o per celia ma la consapevolezza mi diventa sicurezza. Ovvero, Omero ti ha reso tragico, perché sei un uomo e un simbolo tragico (da Pound a Witman si potrebbe discutere), perché la tua ricerca del ritorno ti ha reso retorico. Ma c’era proprio bisogno di ritornare? Sei ritornato per Penelope, Itaca, Argo e tuo figlio e il rosso vino o sei ritornato perché eri cosciente di consumare una vendetta? Ritornando la vendetta era necessaria.

In quei lunghi anni non hai mai pensato che Circe sarebbe stata la strada migliore? La strega, la stregoneria, la pazzia era un fantastico gioco e tu che eri un giocatore hai voluto sfidare sempre gli dei. E poi nella debolezza dell’uomo sei stato costretto a farti legare per non ascoltare le voci belle delle sirene. Ma perché tutto questo? E ancora Nausicaa. Lì, c’è stato l’errore più pesante di cui oggi tutti noi ci sentiamo coinvolti. Non si può ritornare dopo trent’anni e pensare di ritrovare tutto ciò che abbiamo lasciato così come lo abbiamo lasciato. Troppa enfatizzazione.

L’Ulisse che resta nel nostro immaginario, e nell’immaginario dell’Occidente è, purtroppo, l’Ulisse del ritorno. Non ci è dato sapere come Itaca con la nuova presenza di Ulisse sia diventata. I Proci invadevano ma tu dopo hai pacificato tutto? Siamo stati per lunghi secoli abituati alla tua presenza e forse ci resterai dentro ancora per epoche ma io comincio a dubitare non della tua esistenza ma dei tuoi comportamenti, delle tue azioni, del tuo destino. Qui, dopo leggende e storie, molti di noi, in questo incrocio tra Occidente ed Oriente, sono ancora indecisi se riconoscersi in te, Ulisse, o raccogliere l’eredità di Enea.

Un fatto è certo: tu hai avuto astuzia, perseveranza, eros ma ti è mancato il rischio di abbandonare Itaca. Hai cercato sempre un porto sicuro illudendoti che ritornare alle radici, alla donna – moglie – madre potesse appagarti e riconciliare le fiamme di Troia al ritorno a Itaca. Non so se sia un’illusione soltanto. Aveva una profezia e un progetto: quelle del ritornare alle radici.

Altro discorso viaggiante è stato quello di Paolo lungo le rotte del Mediterraneo che lo hanno condotto a Roma. Itaca e Roma. Una città nel mare e il mare in una città. Una città tra le vie degli incontri. Paolo con la parola ha cristianizzato ciò che tu aveva individuato geograficamente e simbolicamente. Il Mediterraneo di Circe, Nausicaa, Penelope è diventato anche il Mediterraneo di Paolo in Cristo.

Tu, Ulisse, hai sfidato gli dei combattendo Troia nel nome di una donna: la bella e affascinate Elena. Paolo ha pregato la speranza e il perdono portandosi dietro l’azione di Gesù e Maria Maddalena. E se tu avessi incontrato Paolo cosa gli avresti detto? E Se Maria Maddalena avesse incontrato Elena cosa sarebbe stato del tragico, dell’amore, dell’ironia e della passione?

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