“PIETRE DEL SUD” DI GERARDO PICARDO

UN RACCONTARE TRA IL SUD E LA MAGIA
DI PIERFRANCO BRUNI

“Pietre del Sud” di Gerardo Picardo è un raccontare tra le memorie dei simboli di un mondo contadino e la storia delle vite che si intrecciano nella sensualità dell’esistenza. un libro di racconti che sancisce il luogo del territorio e della favola. Una tramatura nel narrato per “Pietre del Sud”, di Gerardo Picardo, nella splendida edizione e veste sobria edito da Stamperia del Valentino.

[GARD]

  Il tempo dei ricordi si consuma nel presente. Le onde dei giorni raccontano malinconie tra i luoghi che sono stati e i paesi che disegnano immagini. Tutto in un gioco di labirinti. Ma la scrittura è un labirinto. La letteratura, quella vera, ha la capacità di darci la consapevolezza del labirinto, ma ci offre anche il dono del ritorno a casa facendoci uscire appunto dal labirinto. Come in questo caso. Ma c’è anche altro: le atmosfere, i colori e i suoni. Tutto nel viaggio. E poi i personaggi, che hanno fatto una terra. E’ sempre la terra che impasta i volti.

Questa terra del Sud. L’Irpinia e il Vesuvio, Napoli e il suo destino in un gioco di atmosfere e paesaggi interiori che durano. Sono dimensioni che si fanno nostalgia e gioco. Il tempo dei ricordi ma anche il passare dei tramonti e delle albe: un immenso viaggiare tra ciò che è stato e ciò che può essere all’alba o con un po’ di luce. “Le pietre sono parole”, direbbe Carlo Levi. E siamo qui, in questo vagare di immagini e si storie raccontate da Gerardo Picardo, nelle nenie di un silenzioso vociferare. E’ come se fosse una musica, un brivido nella nostra infanzia, una voce nelle fiamme di un drago. Legna nel camino di pietra. Perché tutto è misura ed è oltre l’indefinibile. Una ragnatela che si incatena alla storia.

Gia, la storia. La storia al Sud è sempre un giocare all’infinito, un lottare con il destino. E Picardo è un infaticabile scrittore dell’attesa e della speranza umana e tutta umana, di un Sud inquieto: “C’è un tramonto di sangue sul vecchio Palazzo baronale, che custodisce ricordi e cuce le pietre di un tempo capace di confronti”. Ecco, dunque, i tramonti in quella terra immensa che recita destini incrociati, dove in fondo “il volo degli angeli farà il resto”. Storie di pietra, perché le pietre sono sempre più parole. Sono un pugno nello stomaco. E la parola è una passione che ci invade. Il tempo è infinito e le avventure ci sono, ma è la ricerca della verità che ci cattura. Immenso bisogno di verità e di senso. Ricerca di quel luogo “dove abita la verità nei luoghi atroci di ciò che ci portiamo dentro, tra le fascine del dubbio e i legami spinati del rimorso”. Dunque la verità. E accanto a questa ricerca ci sono i destini del luogo che ricamano metafore. Sempre metafore anche nella geografia dell’anima e della terra, perché anche noi – come il Nolano – possiamo dire: “Sono nato con quello sguardo, fisso nel Vesuvio come in un pensiero infinito di mondi che si susseguono nel tempo, e tornano come voli di uccelli al migrare, in uomini che restano uno spazio di sogni”. La recita continua anche tra la gente del Vesuvio e negli spazi ariosi dell’Irpinia. L’Irpinia della freschezza, della fatalità, della tradizione con la memoria degli uomini. E con le parole dell’autore “nessuno sa ancora oggi quante maledizioni dovranno cadere su chi toglie la memoria di un uomo”. La terra è terra, legame e appartenenza, orgoglio e rivendicazione. E’ Sud per sempre.

Ci sono donne, personaggi e inquietudini. Ci sono destini. E si continua a scheggiare pietra e speranza. Affascinante in queste pagine la storia di Annarella, quella donna che “era bella come il sole, anche quando morì”. Dov’è il punto? Sta in quel “tornarmene a casa”. Il tornare a casa è la vita-materia-infinita, che intreccia storia. “Il mio viaggio infinito nel tempo” e i pensieri occupano la nostra mente perché è stato pensiero e resterà pensiero quel Filippo Giordano Bruno da Nola, filosofo inquieto delle nostre terre che non si arrendono.

La vita di chi ci ha voluto bene si declina con parole semplici. Ai morti ci si rivolge sempre come se si scrivesse una lettera: “Ti vedremo passare in ogni notte d’inverno dinanzi alle nostre finestre, starai ancora con noi davanti al camino”. E si attende. Picardo è uno scrittore vero. Uno di quelli che non ha mai barattato la parola né l’identità. Uno di quei pochi che sa che il linguaggio è cuore, spirito e testimonianza, fedeltà e lealtà. E’ uno scrittore vero perché il suo sentire la parola è un sentire l’anima del tempo.

Anche io gioco con le parole. Ma giocare non è fingere. E’ invece cercare di partecipare una tensione, un’emozione o una lunga malinconia. Racconti di terra e di fuoco, di pietra e di neve, di dolore e di perdute magie. L’unica magia è quel silenzio che è fatto di parole, come in queste pagine che sono scritte con il cuore nel tempo che non si smarrisce e non dimentica. Picardo racconta la storia di luoghi e di vite. Nella sua febbrile ricerca, resta un iniziato alla parola perduta. Lo fa non assentandosi mai da quell’orizzonte che è il senso della meraviglia, vissuto tra i giorni della vita. La sua terra diventa la nostra terra. I personaggi escono dall’avventura per segnarsi nel destino. Uno scrittore che conosce il valore vero della “pietra”. Un simbolo che recità reatà. E su questo Gerardo Picardo ha “ricamato, i suoi personaggi che restano i personaggi dell’anima di ognuno do noi.

Piefranco Bruni

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